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12/11/14

VITAMINA D

LEGGERE CON MOLTA ATTENZIONE IL SEGUENTE ABSTRACT! info A.DAGA

ABBIAMO SEMPRE CERCATO RISPOSTE ALLE NOSTRE DOMANDE LEGGITTIME, MA MAI NESSUN NEUROLOGO HA RISPOSTO O SAPUTO RISPONDERE, FORSE PER IGNORANZA O FORSE PER FAR CONTINUARE LE TERAPIE CHE CURANO SOLO IPOTESI, IN TUTTO QUESTO HO SEMPRE VISTO UN GIOCO PERVERSO CHE SOLO I MERCANTI DELLA SALUTE POTEVANO FARE.

IL NEUROLOGO  CICERO GALLI COIMBRA ha perfettamente ragione con la terapia di vitamina D, questa è la CURA della Sclerosi Multipla, il Prof. Zamboni con la PTA CCSVI rispristina i flussi emodinamici nei pazienti affetti da sclerosi multipla e insufficienza venosa cerebro spinale cronica, cofattore molto importante.

Cosa significa avere il paratormone alto?

Indice Articolo:
1. Cosa significa?
2. Parametri associati al paratormone alto
3. Le cause dell'innalzamento dei valori
4. I sintomi
5. Come si diagnostica
6. Cosa fare: farmaci ed intervento chirurgico
7. Opinioni e commenti

Cosa significa avere il paratormone alto?
Durante un check up completo si può scoprire di avere il paratormone alto, ma perchè si verifica quest’anomalia e cosa significa? Un elevato livello di paratormone in generale indica che può esserci un problema con il metabolismo del calcio o con le ghiandole paratiroidi. Il paratormone (PTH), infatti, è un ormone rilasciato dalle parotidi indispensabile per mantenere la concentrazione di calcio costante e il suo intervento fisiologicamente si esplica quando si verifica una riduzione della concentrazione di calcio. Ha un’azione ipercalcemizzante, aumenta cioè la concentrazione di calcio nel sangue quando questa diminuisce agendo sulla demineralizzazione dell’osso e indirettamente sul rene e sull’intestino attraverso la vitamina D. Di conseguenza un elevato livello di paratormone nel sangue indica che c’è un problema legato alla calcemia. La maggiore secrezione di paratormone viene indicata come iperparatiroidismo, una condizione in cui le paratiroidi lavorano in maniera eccessiva e producono quindi grandi quantità di ormone.
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Curare con le staminali senza staminali

Curare con le staminali senza staminali. 

Ciò che sembra suonare come un paradosso oggi, in futuro, non lo sarà. E’ l’affascinante prospettiva di uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista «Molecular Cell». A condurla un italiano, Stefano Pluchino, professore del Wellcome Trust-Medical Research Council Stem Cell Institute di Cambridge, in Gran Bretagna, secondo il quale useremo soltanto una parte delle molecole prodotte dalle staminali, rivoluzionando così la medicina rigenerativa. 

Professore, il suo studio manderà davvero in soffitta le terapie cellulari?  
«Non esattamente. L’utilizzo delle staminali è un filone di ricerca molto promettente per la riparazione di tessuti e organi. Ma il punto è che le nuove frontiere della conoscenza aprono proprio in questi giorni un’altra prospettiva: probabilmente potremo fare a meno di iniettarle, così come sono, direttamente nel malato. Questa possibilità non significa non ricorrere più alle cellule staminali, bensì riuscire a sfruttare alcune molecole “master” da loro prodotte. Si tratta di prendere ciò che di buono è contenuto in una staminale e, quindi, utilizzarlo come fosse un farmaco, lasciando perdere tutto il resto». 

Come è tecnicamente possibile?  
«Abbiamo dimostrato che le terapie a base di queste cellule possono agire utilizzando meccanismi alternativi a quelli che comprendono la differenziazione e l’integrazione cellulare finalizzata a riparare un tessuto. In particolare le staminali neurali comunicano con le cellule “target”, trasferendo molecole e sostanze bioattive attraverso piccole strutture membranose, vale a dire le vescicole extracellulari. All’interno ci sono molecole specifiche, come proteine e acidi nucleici, che stimolano le cellule del sistema immunitario, modificandone le funzioni e aiutandole così a sopravvivere. È un risultato straordinario: proprio questo meccanismo, che è già stato osservato nelle piante, nei moscerini della frutta e anche nei vermi, potrebbe essere responsabile della capacità delle cellule staminali neurali di ridurre la risposta infiammatoria e stimolare la rigenerazione dei tessuti». 

Questa scoperta che cosa potrebbe cambiare nella pratica?  
«Abbiamo identificato un nuovo meccanismo molecolare delle terapie con cellule staminali e questo rappresenta un passo in avanti nella comprensione dei molti livelli d’interazione tra staminali stesse e sistema immunitario. Una scoperta che, ora, come dicevo, apre le porte ad un utilizzo innovativo con approcci “stem cell free”, cioè con prodotti derivati da queste cellule». 

Quali saranno i vantaggi?  
«Uno è la sicurezza. L’uso delle staminali nella pratica clinica è, in parte, rallentato oppure complicato da problemi legati alla disponibilità della sorgente da cui le cellule vengono ottenute e, inoltre, in alcuni casi in cui si usano cellule allogeniche, anche dal rischio del rigetto». 

Che cosa significa in pratica?  
«Un approccio per risolvere il rischio del rigetto è l’utilizzo di tecniche di riprogrammazione cellulare attraverso le quali generare cellule staminali “disegnate” sul paziente, partendo da sorgenti facilmente accessibili, come, per esempio, le cellule della pelle. Si tratta dell’applicazione dell’idea di Shinya Yamanaka e John Gurdon che ha fruttato loro il Premio Nobel per la Medicina, in seguito alla scoperta delle cellule staminali pluripotenti indotte, le iPS. Purtroppo, però, quando si induce la pluripotenza, le staminali acquisiscono la capacità di produrre virtualmente cellule-figlie di ogni tessuto e, quindi, possono diventare pericolose, crescendo in modo incontrollato dopo il trapianto. E’ questo il vero limite al loro utilizzo. Con le vescicole extracellulari, invece, non si incorre in questo problema: a essere trasferito è materiale biologico in grado di modificare soltanto temporaneamente la funzione della cellula-bersaglio, proprio come si verifica con i farmaci. L’altro vantaggio, poi, è la possibilità di somministrarle come un farmaco: le vescicole, infatti, sono prodotte in modo controllato e possono essere usate quante volte si vuole e anche in diverse formulazioni». 

Quando si vedranno i primi risultati concreti per i pazienti?  
«Abbiamo ottenuto importanti risultati in vitro che confermano la bontà del nostro approccio. Le malattie sulle quali ci stiamo soffermando adesso sono la sclerosi multipla, le lesioni della colonna vertebrale e l’ictus cerebrale. In questo momento stiamo effettuando i primi test sui modelli animali. La speranza è confermare i risultati ottenuti nelle terapie con staminali, vale a dire una riduzione dell’infiammazione e una promozione della rigenerazione dei tessuti danneggiati». 

@danielebanfi83